Anche per Bob è arrivato il momento del ricordo. Lo sapeva che sarebbe giunto ora, così come sapeva prevedere con naturalezza il compiersi di molti fatti e comportamenti: a lui bastava guardarti negli occhi.
Ricordarlo significa parlare di una persona fuori dal comune, non sempre pienamente comprensibile a tutti e, proprio per questo, dotata del carisma di un fuoriclasse.
Per me è stato uno dei miei principali maestri, non solo a livello professionale ma anche di vita, dopo mio padre in primis e dopo Selwyn Super, mancato anche lui qualche anno fa.
Fu proprio quest’ultimo a permettermi di conoscerlo da ragazzo, durante il mio periodo di studi a San Diego, dove ero ospite a casa sua. In seguito lo invitai in Italia per presentarlo alla mia famiglia, la “famiglia italiana” come diceva lui, e agli eventi e corsi di Federottica e Albo.
Bob – o, come lo chiamavamo tutti, “Bobbone” – si è sempre sentito amato da colleghi e amici con cui ha avuto contatto qui in Italia.
Il suo pensiero era l’espressione di quell’optometria “comportamentale” che, negli anni ’80 e ’90, era all’avanguardia in California e che lui seppe trasmettere con energia nei suoi corsi, dando un forte impulso e una nuova consapevolezza agli optometristi italiani.
La sua prima esperienza in Italia fu nell’ambito della Sport Vision, applicata ai giocatori dell’allora Mediolanum Volley, con i quali ottenne grandi successi. Ma il suo ricordo principale rimane il carismatico rapporto avuto con Berlusconi, del quale diceva sempre di aver trovato un incredibile e visionario “Paperon de’ Paperoni”.
La sua vera passione professionale, però, era poter essere d’aiuto alle persone. Ed è proprio grazie al rapporto sinergico con mio padre che riuscì a realizzare una realtà che ancora oggi rappresenta un esempio per tutto il mondo: il programma Opening Eyes di Special Olympics.
Newyorkese di nascita, crebbe come spirito ribelle nell’America del cambiamento sociale della fine degli anni Sessanta, tra Hippies e guerra in Vietnam. Si appassionò all’optometria solo dopo un incidente automobilistico che lo portò a conoscere il lavoro dell’optometrista attraverso il visual training, che lo aiutò a risolvere il grave problema binoculare che gli era stato causato.
Bob era istinto puro: ciò che lo convinceva e che gli “suonava” bene poteva esistere e realizzarsi senza porsi troppe domande; il resto veniva ignorato. Questo lo rese un rivoluzionario e un visionario dell’optometria, capace di far emergere in ognuno la parte più autentica e positiva che riponeva nel proprio lavoro e nella propria vita.
Ricordo con piacere anche le molte divergenze d’opinione e discussioni sull’optometria: vere, appassionate, ma sempre costruttive e risolutive da entrambe le parti. Con Bob eri con lui o contro di lui.
Ha sempre aiutato ciascuno a trovare la propria strada, e grazie a lui ho potuto realizzare molti progetti in sport vision e visual training, oltre che insegnare a mia volta la passione per l’optometria.
Mi mancheranno le sue barzellette, ma ricorderò sempre i nostri molti aneddoti e le situazioni esilaranti che spesso ci trovavamo a condividere. Come quella volta in cui, incontrandoci per caso a un congresso ad Atlanta, mi salvò da una incommentabile cena di piatti “all’americana”, portandomi in un ristorante italiano a mangiare la sua amata “pasta al formaggio” (il gorgonzola era il massimo), dicendo che non me lo meritavo.
Ciao Bobbone. Come canta il Boss, il tuo cantante preferito: “We will never stop the fire and dancing in the dark…”
Renzo Velati
